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Il problema della legislazione alla fine del settecento:
Una delle conseguenze del giusnaturalismo,secondo il quale il diritto doveva essere razionale
universalmente ed assolutamente valido,era stata la necessità di adeguare a questo modello
perfetto i tutt'altro che perfetti ordinamenti giuridici vigenti,e questa esigenza logica si
incontrava con l'esigenza pratica di porre rimedio alla confusione e all'incertezza delle norme
giuridiche provocata in quasi tutti i paesi d'Europa dalla degenerazione del diritto comune
e dalla sopravvivenza di usi non più compatibili con la situazione economica e sociale dell'epoca.
Le tesi giusnaturalistiche si prestavano a giustificare la politica degli stati moderni che
affermava la loro sovranità assoluta mediante l'eliminazione di tutti gli enti intermedi tra
stato e cittadino che in qualche modo potevano limitare il potere del primo:e ciò togliendo validità
alle norme che promanavano da tali enti,attribuendo obbligatorietà solo alla legge cioè
al comando posto dallo stato.Era la tendenza di cui per primo si era fatto interprete Hobbes.
I sovrani assoluti illuminati si servono della dottrina giusnaturalistica per affermare come
esigenza della ragione e strumento della felicità dei popoli la riduzione dell'irrazionale
diritto del loro tempo a legge:in quanto solo la legge può essere opera della ragione.
Di qui il favore dei despoti illuminati per la codificazione ,cioè appunto per la riduzione
di tutto il diritto a legge,che elimini ogni altra forma di diritto,e la loro tendenza alla
proibizione di qualsiasi interpretazione che non provenga dallo stesso legislatore.
In tutta Europa si sentiva la necessità di un coordinamento ,di una stabilizzazione e di
una razionalizzazione delle norme giuridiche che eliminasse anche nel campo del diritto
le oscurità e le contraddizioni retaggio di tempi non illuminati e che conducesse all'
instaurazione di un ordine e spazzasse i vecchi istuti creati dalla storia e attuasse una
volta per tutte i dettami eterni e immutabili della ragione.
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