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Il positivismo italiano: Nella filosofia giuridica italiana, improntata per lunga tradizione all' eclettismo, il positivismo penetra in una singolare mescolanza con motivi che derivano dal Vico, per il quale, inteso appunto come eclettico, e in quanto tale considerato rappresentante del genio nazionale, la filosofia italiana professava una specie di culto, anche se lo conosceva poco e male. Il fatto che il Vico avesse abbozzato una dottrina che poteva essere avvicinata alla sociologia, permetteva di raffiguararlo tra i precursori di questa scienza positivistica e di ritenere il suo pensiero assimilabile al positivismo, e questo incoraggiò a fondere motivi vichiani e positivistici. Di questa tendenza sono rappresentanti soprattutto il piemontese Carle e il calabrese Miraglia. Il Carle nella sua opera maggiore La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita sociale cosrtuì una filosofia della storia del diritto forzando tale storia nello schema, attinto al De uno vichiano, delle facoltà umane come intendere, volere e potere finiti che tendono all' infinito, corrispondentemente al quale il diritto si presenterebbe come scienza, come legge, e come potestà che spetta alla persona. In questa artificiosa cornice il Carle comprese molto materiale storico, raccolto con interesse tipicamente sociologico; e con metodo storico-sociologico egli condusse una ricerca sulle origini del diritto romano, sostenendo poi l' importanza di questo metodo anche nella sua ultima opera, La filosofia del diritto nello stato moderno. Il Miraglia che al Vico aveva assimilato Hegel, accolse nella sua Filosofia del diritto molto materiale etnologico, e ne La famiglia primitiva e il diritto naturale giunse alla conclusione che il diritto naturale è un fatto prodotto meccanicamente dall' abitudine. Nè il Carle nè il Miraglia si proclamarono positivisti, tale si dichiarò il pugliese Giovanni Bovio, penalista, letterato, uomo politico oltre che filosofo; ma in realtà positivista lo fu assai poco, per il suo temperamento molto più fantastico che scientifico. Del positivismo Bovio accoglie la tesi sull' evoluzione, ma da uomo di sinistra quale egli era, giudica il positivismo una filosofia borghese, e vorrebbe che esso trapassasse ad una determinazione matematica del processo dell' evoluzione che eliminasse ogni elemento valutativo. Positivismo e naturalismo è una prolusione del 1889 ad un corso di filosofia del diritto: materia che egli coltivò più con l' occhio alla politica che al diritto. Il primo ad applicare rigorosamente il metodo positivistico alla filosofia del diritto fu il napoletano Raffaele Schiattarella; ma una vera e propria filosofia del diritto positivistica si ha solo con Roberto Ardigò, che dei problemi della società e del diritto trattò ampiamente in sue due opere La morale dei positivisti e Sociologia. Alla sua sociologia Ardigò dà l' aspetto di una filosofia giuridica, chiamando giustizia la forza specifica dell' organismo sociale ed asserendo che la teoria della formazione naturale della vita sociale è anche nello stesso tempo la teoria di formazione naturale della giustizia. Formazione naturale, nel linguaggio dell' Ardigò, è il processo di evoluzione dall' indistinto al distinto che secondo lui ha luogo in tutta la realtà, e la giustizia viene considerata un distinto che si forma a poco a poco dall' indistinto della prepotenza. Riferita alla società, la giustizia è l' esercizio del potere sugli individui che al potere sono sottoposti; ossia è la legge, il diritto oggettivo. Riferita all' individuo essa è la forma che viene assunta dalle idealità sociali, cioè dalle forze che determinano l' attività umane e che per mezzo di essa trasformano la società: e si presenta come dovere in quanto esercita un' efficacia sulla volontà dell' individuo, e come diritto in quanto autorizza l' azione di questa volontà. Ardigò non esita a chiamare tale facoltà data dalla natura all' uomo diritto naturale: espressione che mise in imbarazzo i giuristi italiani, i quali tenevano ad essere positivisti ed erano convinti di dover rifuggire dal concetto metafisico di diritto naturale. Ardigò, filosofo e sociologo ma non giurista, non parlava del diritto come lo intendevano i giuristi del suo tempo, egli afferma che il diritto naturale è il solo che si possa chiamare propriamente diritto, che esso esiste quando nasce nella coscienza, che l' autorità non lo crea ma lo riconosce, che è imprescrivibile ed ha un valore trascendente assoluto. Egli definisce processo del bene l' eterna lotta fra il diritto positivo e il diritto naturale, lotta che vi deve sempre essere perchè il diritto positivo è sempre in arretrato verso le idealità sociali più progredite. Verso la fine dell' ottocento la crisi del positivismo è preannunciata proprio dalla filosofia del diritto, e comincia a profilarsi già nell' opera dell' umbro Icilio Vanni, autore di molti scritti dedicati a problemi metodologici, che tenne a professarsi positivista e il cui maggiore interesse sarebbe stato per la sociologia, ma che proprio dalla sociologia vide la necessità di salvare la filosofia del diritto. Per fare questo il Vanni fece appello al criticismo, pensando di poterlo affiancare al positivismo; e chiamò la propria dottrina positivismo critico, convinto che dal fecondo connubio del positivismo colla critica poteva emergere una filosofia scientifica veramente degna di questo nome. Il Vanni è da ricordare perchè enunciò una teoria destinata ad avere molta fortuna: quella secondo cui la filosofia del diritto avrebbe come compiti tre ricerche, delle quali una soltanto di carattere sociologico. Sulla premessa che i problemi della filosofia sono quello del sapere, quello dell' essere e quello dell' operare, Vanni afferma che la filosofia del diritto consta della ricerca intesa a determinare i concetti usati dalla scienza giuridica, della ricerca di ciò che il diritto è nella sua evoluzione, e della ricerca di ciò che il diritto dovrebbe essere idealmente. A quest' ultima il Vanni ricollega la funzione pratica della filosofia del diritto, quella cioè di determinare i fini dell' azione umana nella società. Una simile tesi usciva dai confini del positivismo e concedendo molto al criticismo si accostava al campo proibito della metafisica. Questo spiega la violenta rezione del positivismo ortodosso, che aveva accusato Vanni di eclettismo. Fu ciò che fece soprattutto il siciliano Salvatore Fragapane, il più rigoroso osservante dei dogmi del positivismo. Secondo Fragapane l' unico compito della filosofia è quello di studiare il diritto come fenomeno, ossia di risolversi nella sociologia. I principi del positivismo ebbero larga applicazione in Italia nel campo della scienza giuridica penalistica, ispirando quella che fu detta Scuola positiva del diritto penale. Per essa, il cui indirizzo si delinea già con Bovio, e che ha per maggiori rappresentanti Cesare Lombroso ed Enrico Ferri, il delinquente è tale per effetto di cause esterne, di natura antropologica, psichica o sociologica. Ferri, escludendo la libertà della volontà, parla, anzichè della responsabilità morale del reo, di responsabilità sociale o naturale, sicchè la sanzione deve essere intesa non come punizione per una colpa volontaria, ma come reazione fisica della società ad un' azione che ne ha turbato l' ordine.

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