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Il pensiero italiano all'inizio del secolo XIX: L'ottocento ha inizio anche in Italia nell'atmosfera culturale dell'illuminismo e del kantismo, ma sia l' illuminismo che il kantismo incontrano critiche e riserve che conducono a compromessi eclettici. Dell' illuminismo si ripugna ad accogliere il sensismo, la riduzione della fonte del conoscere alla mera esperienza sensibile; e nella dottrina di Kant delle forme a priori della conoscenza si vede un' altrettanto pericolosa forma di soggettivismo. Più profonda fu la critica che ad alcune posizioni dell' illuminismo venne mossa da chi aveva fatto suo l'insegnamento del Vico e aveva maturato una coscienza storica affine a quella dei romantici. Questo è il caso del molisano Vincenzo Cuoco, l' unico vero seguace del Vico. Le sue critiche alle ideologie della rivoluzione francese muovono dalla constatazione del fallimento del tentativo di realizzare tali ideali politici compiuto a Napoli con l' instaurazione della Repubblica Partenopea. Nel saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, il Cuoco vede la causa di quel fallimento nell' astrattezza dell'ideologia rivoluzionaria importata dalla Francia ed imposta ad un popolo che ha una mentalità del tutto diversa da quella francese, determinata da una sua particolare storia che gli conferisce una propria individualità. Per quanto riguarda il diritto, l' atteggiamento del Cuoco di fronte ad una riforma legislativa ispirata al modello francese, è bene espresso da quanto egli scriveva al Russo: per il Cuoco le costituzioni sono simili alle vesti, ciascuno deve indossare la propria, se qualcuno vuole dare la sua veste ad un altro, a quest' ultimo starà certamente male, ebbene egli pensa la stessa cosa della costituzione francese del 1795. Tocca il problema del diritto, anche se brevemente, il calabrese Pasquale Galluppi, che discusse le dottrine dei filosofi del suo tempo facendole conoscere in Italia. Poichè il principio assoluto della morale è non offendere alcuno, il che equivale a non violare i diritti degli altri, da ciò risulta l' esistenza di diritti degli uomini, correlativi ai doveri, se qualcuno ha un diritto di fare, gli altri hanno il dovere di non impedirgli di fare. Egli definisce il diritto un poter fare ciò che non è contrario ai diritti degli altri: concezione di ispirazione kantiana, che però elude la distinzione del Kant fra diritto e morale, ricollegando il concetto di diritto al principio della moralità. Fra i filosofi del diritto di questo periodo possiamo ricordare due seguaci della scuola filosofica, Pietro Baroli e Giampaolo Tolomei. Comune a questi due scrittori è la convinzione di poter dedurre il diritto naturale dalla ragione. A una concezione razionalistica del diritto naturale si richiama Giovanni Carmignani, famoso penalista, che al diritto naturale ricollega il diritto politico, ossia il diritto positivo, e quindi anche quello penale. Quanto alla sua concezione della pena, essa è quella relativa, che nella pena vede uno strumento di difesa sociale, il cui fine è di dissuadere dal delitto.

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