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Dal giusnaturalismo al socialismo: Gli scrittori del periodo della rivoluzione, tranne rare eccezioni, poco o nulla, si occuparono dell' uguaglianza economica, anzi quasi tutti pongono tra i diritti innati che spettano agli uomini in forza della ragione la proprietà. Il giusnaturalismo illuministico esprimeva gli ideali e le esigenze della borghesia, protagonista della storia in quel tempo caratterizzato dal grande sviluppo delle attività commerciali e dagli inizi dell' industria moderna; e la sua battaglia era stata per l' uguaglianza giuridica contro i privilegi dell' aristocrazia in nome di una libertà che era anche e soprattutto libertà economica. Non per nulla uno dei primi atti dei legislatori rivoluzionari francesi era stato la legge Le Chapelier del 1791, che aboliva ogni ostacolo alla libertà contrattuale fra datori di lavoro e lavoratori, lasciando quest' ultimi in balia delle vicende del mercato del lavoro, da nient' altro regolate se non dalla legge della domanda e dell' offerta. Il giusnaturalismo era stato liberale, tendenze in senso lato socialistiche si manifestano solo presso qualche pensatore, come nel caso del Fichte, nel momento in cui, sotto l' influsso del romanticismo, si allontana dal giusnaturalismo. Lo sviluppo dell' industria portò, nel corso del XIX secolo, alla ribalta della storia la classe operaia, ed ancora prima che questa prendesse coscienza di sè, scrittori di diversa ispirazione ne rivendicarono i diritti, dando luogo ad una vasta fioritura di letteratura politica socialistica. Una prima fase di questo movimento, che il Marx e l' Engels chiamarono socialismo utopistico, non presenta particolare interesse, dal momento che tali scrittori non si posero il problema specifico del diritto. Fra le dottrine dei socialisti non marxisti di questo periodo, la sola che conviene ricordare è quella del francese Proudhon, il quale concepisce la giustizia come il rispetto spontaneamente provato e, reciprocamente garantito, della dignità umana, e quindi come riconoscimento del valore, prima ancora che degli interessi, dell' individuo. Da questa definizione Proudhon deduce quella del diritto che è la facoltà di esigere dagli altri il rispetto della dignità umana nella propria persona, e quella del dovere, che è l' obbligo per ognuno di rispettare questa dignità negli altri. Proudhon, diversamente dagli altri utopisti, accetta il diritto e ne riconosce la funzione, egli si rende conto dell' impossibilità di una società in cui siano eliminati totalmente gli antagonismi, e della necessità perciò del permanere del diritto come regolatore dei rapporti umani. Comunque il socialismo del Proudhon, per quanto fosse più approfondito di quello degli altri utopisti, non era una dottrina rivoluzionaria. Il socialismo realmente rivoluzionario doveva svilupparsi, anzichè dalla matrice illuministica e giusnaturalistica, da quella hegeliana.

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